Premio Montale Fuori di Casa

Tematica 2016

montaleupupa

Una delle più celebri foto di Eugenio Montale lo ritrae nel suo studio vis a vis con un’upupa, uccello cui ha dedicato una celebre poesia. Lo scatto è di uno dei grandi maestri della fotografia italiana, Ugo Mulas, che ha realizzato (tra 1962 e 1965, e poi nel 1970) una serie di fotografie dedicate agli “Ossi di Seppia” durante la sua visita a Montale a Monterosso. È questa la prima immagine che nella mia memoria abbino al Montale “animalista”, anche se quell’ ilare uccello calunniato dai poeti, non è una creatura viva ma un triste esemplare impagliato. Montale lo teneva in casa insieme ad un bell’esemplare di Martin Pescatore e li accarezzava entrambi con tenerezza, forse ricordando le sue estati di bambino a Monterosso quando quegli uccelli lui li aveva visti, vivi, volare nel cielo estivo.

Ben più emotivamente coinvolgenti sono per me, però, gli animali da compagnia che hanno accompagnato Montale nella vita e che impariamo a conoscere leggendo le sue poesie e i suoi scritti. Mi riferisco al cagnotto Galiffa che a grandi salti gli correva incontro dalla scala a chiocciola, oppure al povero gatto sperduto, cacciato dal condominio perché si faceva gli unghielli nella moquette, oppure  al porcospino al quale piaceva la pasta al ragù che Montale e la moglie gli lasciavano nel piattino, in terra, alla sera. E come dimenticare il rondone dalle ali ingrommate di catrame che la fedele cameriera Gina aveva raccolto dalla strada e ripulito sciogliendo i grumi con batuffoli di olio? Negli anni, leggendo e rileggendo le sue opere, sia in poesia che in prosa, ho imparato a conoscere un altro  Montale: non più o non  più solo il poeta del male di vivere, che cerca salvezza nella maglia rotta della rete, ne l’anello che non tiene, ma anche quello che mostra una pietas lucreziana, una consapevolezza profonda del dolore che tutti accomuna, uomini, animali e perchè no, anche le cose. Una pena che emerge con forza anche nelle poesie più famose, come nella notissima “Spesso il male di vivere ho incontrato”, nella quale il correlativo oggettivo  del “cavallo stramazzato” esprime con grande forza quanto il male sia insito nella vita stessa.

Di fronte a tale sofferenza il Poeta oppone o almeno cerca di opporre la divina indifferenza, una forma di atarassia che lo preservi dalla violenza e dal dolore che domina il mondo e la Natura. Ma l’ empatia nei confronti del mondo animale non viene mai meno ed emerge anche ne “La farfalla di Dinard”.
E’ il caso del raccontino “Il condannato“ che si ambienta in una pescheria dove è esposto vivo un astice, “il condannato” appunto, che suscita la curiosità  dei passanti, che ne commentano, alcuni l’aggressività, altri ne elogiano le qualità culinarie. Non un moto di pietà per quella creatura viva, che tra poco finirà in pentola e cerca inutilmente di fuggire approfittando di un momento di disattenzione del padrone del locale, sfiora quelle persone. Solo un bambino chiede in modo commovente perché lo vogliono uccidere. Con lui quell’animale voleva solo giocare.
E ancora all’infanzia e alla gioventù si rifà il racconto “In limine” in cui ritornano  il cagnolino Galiffa e fanno la loro comparsa Pinocchietto l’asinello di Vittoria Apuana a cui Montale portava sempre lo zucchero e ancora tanti altri animali della sua “arca privata: Fufi, Gastoncino, Passepoil, Bubu, Buck  e la Valentina, “la tartaruga che entrava in cucina per amoreggiare con Buck il lupo…“.

Certamente questa sensibilità nei confronti degli animali  non impediva a Montale di gustare con grande piacere prelibati piatti di carne o di pesce ma  negli anni in cui il poeta scriveva, la consapevolezza dei diritti degli animali era solo appannaggio di pochissime persone e per i suoi tempi, il poeta ligure era già molto “avanti” (anche da questo punto di vista), rispetto ai suoi contemporanei.

Ed è per questo motivo nel XX anno di vita del Premio Montale Fuori di Casa, abbiamo deciso di dedicare questa edizione al rapporto fra Montale e gli animali, così come emerge dai suoi scritti e dalle sue poesie.

Abbiamo avuto l’adesione della scrittrice Dacia Maraini, del saggista Carlo Zanda, di Angela Resina, creatrice del brand “Nina For the dogs”. E siamo solo all’inizio.

Nei primi giorni di luglio 2016 a Sarzana importanti scrittori e poeti verranno premiati e saranno testimonials di quella “Misteriosa Devozione” che lega Uomini e animali. Così come ci ha insegnato Eugenio Montale.

Porcospino a pianterreno

SCOPRIMMO CHE AL PORCOSPINO
PIACEVA LA PASTA AL RAGÙ.
VENIVA A NOTTE ALTA, LASCIAVAMO
IL PIATTO A TERRA IN CUCINA.
TENEVA I FIGLI INFRUSCATI
VICINO AL MURO DEL GARAGE.
ERANO MOLTO PICCOLI, GOMITOLI.
CHE FOSSERO POI TANTI
IL GUARDIA SEMPRE ALTICCIO NON N’ERA SICURO.
PIÙ TARDI IL RICCIO FU VISTO
NELL’ORTO DEI CARABINIERI.
NON C’ERAVAMO ACCORTI
DI UN BUCO TRA I RAMPICANTI.

(da L’opera in versi)

Upupa

ILARE UCCELLO CALUNNIATO
DAI POETI, CHE ROTI LA TUA CRESTA
SOPRA L’AEREO STALLO DEL POLLAIO
E COME UN FINTO GALLO GIRI AL VENTO
NUNZIO PRIMAVERILE  UPUPA  COME
PER TE IL TEMPO S’ARRESTA
NON MUORE PIÙ IL FEBBRAIO
COME TUTTO DI FUORI SI PROTENDE
AL MUOVER DEL TUO CAPO,
ALIGERO FOLLETTO  E TU LO IGNORI.

Galiffa

NEI MIEI PRIMI ANNI ABITAVO AL TERZO PIANO
E DAL FONDO DEL VIALE DI PITÒSFORI
IL CAGNETTO GALIFFA MI VEDEVA
E A GRANDI SALTI DALLA SCALA A CHIOCCIOLA
MI RAGGIUNGEVA. ORA NON RICORDO
SE MORÌ IN CASA NOSTRA E SE FU SEPPELLITO
E DOVE E QUANDO. NELLA MEMORIA RESTA
SOLO QUEL BALZO E QUEL GUAITO NÉ
MOLTO DI PIÙ RIMANE DEI GRANDI AMORI
QUANDO NON SIANO DISPERAZIONE E MORTE.
MA QUESTO NON FU IL CASO DEL BASTARDINO
DI LUNGHE ORECCHIE CHE PORTAVA UN NOME
INVENTATO DAL FIGLIO DEL FATTORE
MIO COETANEO E ANALFABETA, VIVO
MENO DEL CANE, E STRANO, NELLA MIA INSONNIA.

Il Rondone

RACCOLTO SUL MARCIAPIEDE
AVEVA LE ALI INGROMMATE DI CATRAME
NON POTEVA VOLARE.
GINA CHE LO RACCOLSE   SCIOLSE QUEI GRUMI
CON BATUFFOLI D’OLIO E DI PROFUMI,
GLI PETTINÒ LE PENNE LO NASCOSE
IN UN CESTINO APPENA SUFFICIENTE
A FARLO RESPIRARE.
LUI LA GUARDAVA QUASI RICONOSCENTE
DA UN OCCHIO SOLO. L’ALTRO NON SI APRIVA.
POI GRADÌ MEZZA FOGLIA DI LATTUGA
E DUE CHICCHI DI RISO. DORMÌ A LUNGO.
IL GIORNO DOPO ALL’ALBA RIPRESE IL VOLO
SENZA SALUTARE.
LO VIDE LA CAMERIERA DEL PIANO DI SOPRA.
CHE FRETTA AVEVA FU IL COMMENTO. E DIRE
CHE L’ABBIAMO SALVATO DAI GATTI. MA ORA FORSE
POTRÀ CAVARSELA.

(diario 71 e 72)

Di un gatto sperduto

IL POVERO ORFANELLO
NON S’ERA ANCORA INSELVATICHITO
SE FU SCACCIATO DAL CONDOMINIO
PERCHÈ NON LACERASSE LES MOQUETTES CON GLI UNGHIELLI
ME NE RICORDO ANCORA PASSANDO PER QUELLA VIA
DOVE ACCADDERO FATTI DEGNI DI STORIA