Premio Montale Fuori di Casa

Emozioni in Viaggio

Questa nuova sezione Emozioni in Viaggio, è dedicata a tutti coloro che intendono il Viaggio non solo come un’ occasione per conoscere, ma come un’opportunità che ci viene data per crescere “dentro”, per capire, apprezzare le altre civiltà e fondamentalmente non giudicarle mai con i parametri della nostra cultura europea. Si rivolge a quelle persone che amano, durante il viaggio, o al ritorno a casa, fissare sulla carta le proprie emozioni.E lo sanno fare in modo letterario.

Iniziamo con Le emozioni in viaggio che ci ha donato Mayda Bucchioni e che riguardano il viaggio, o meglio i viaggi, che qualche anno fa ha compiuto in Iran, o in Persia, come l’autrice talora ama scrivere.

Mayda Bucchioni, spezzina, ha frequentato il Liceo Classico “Lorenzo Costa”, si è laureata in Lettere, è stata Presidente per molti anni del FAI di La Spezia.  Socio Fondatore e Membro del Consiglio del Premio LericiPea. E’ appassionata della storia e dell’arte della Persia. E’ lei, dunque, la prima premiata di questa sezione del Premio Montale Fuori di Casa dedicato alle Emozioni in Viaggio.

SHIRAZ

(Le foto sono: tomba di Hafez a Shiraz; moschea rosa a Shiraz; la Moschea azzurra o delle donne nella Grande Piazza a Esfahan)

La Moschea Rosa a Shiraz
La Moschea azzurra o delle donne nella Grande Piazza a Esfahan
La tomba del poeta Hafez a Shiraz

Se mi stai cercando
mi troverai oltre il regno del nulla
dietro il regno del nulla c’è un luogo dove
nelle vene dell’aria
scorrono i soffici semi piumosi
che annunciano al più lontano cespuglio il momento della fioritura.

Sulla sabbia puoi vedere
le lievi impronte del cavaliere
che è salito di primo mattino sulla collina del sacrificio
rossa di anemoni.

Dietro il nulla l’ombrello dei desideri
si apre e da lì esce
il canto della pioggia quando
il vento della sete arriva
alle foglie e fino alle radici.

Qui si è soli
in questa solitudine l’ombra di un olmo
si prolunga nell’eternità

se vieni a trovarmi vieni lentamente e con gentilezza
per non spezzare la fragile porcellana
della mia solitudine.

Sohrab Sepehri

La prima sorpresa che ci offrì Shiraz fu l’albergo: durante il viaggio avevamo dovuto adattarci a sistemazioni molto precarie e a volte veramente inaccettabili- durante il mio secondo viaggio, tre anni dopo, la situazione era completamente cambiata in meglio-, quindi trovarci in un piccolo hotel in centro alla città, con camere moderne e pulite e soprattutto con un giardino interno fresco, pieno di fiori, naturalmente rose, piccole fontane e vialetti ombreggiati da alti cipressi, ci sorprese piacevolmente.

Ma non poteva essere che così: infatti eravamo arrivati in una delle più famose e affascinanti città dell’Iran, la città delle rose, dei poeti, dell’amore, appunto Shiraz, la dolce città.

Raccontare Shiraz è come voler raccontare un sogno: solo chi lo ha fatto sa quanta suggestione, quanta magia, quanto stordimento ci ha lasciato al nostro risveglio e non esistono parole per farne una descrizione. Così è impossibile descrivere quello che si prova stando a Shiraz, camminando per i suoi viali alberati, vistando le sue moschee, entrando nelle antiche dimore private, oggi aperte al pubblico, ammirando monumenti decorati con affreschi e con mosaici rosa, sentire l’armonia delle mille fontane, il canto degli uccelli, la musica dei suonatori di sitar all’interno del Dagh e Eram, il Giardino del Paradiso, essere cullati dal ritmo delle preghiere notturne delle donne nella sfavillante Moschea degli specchi, ascoltare seduti intorno ad un tavolino di una sala da the accanto alla tomba del poeta Hafez qualcuno che legge i versi del suo Divan..

Questa città è situata a 1.500 metri di altezza, nella regione di Fars, che anticamente si chiamava pars, da cui Persia ,ma che dopo la conquista araba mutò il suo nome perchè gli arabi non pronunciavano la lettera P; sempre rinfrescata da una leggera brezza proveniente dai monti Zagros, ha ben 4.000 anni di storia e vanta un singolare primato, quello di un vitigno che risale a 7.000 anni fa! Davvero una particolarità in un paese in cui è bandito il consumo di bevande alcooliche!!!

Divenuta capitale nell’ultimo cinquantennio del 1700, sotto la dinastia Zand, Shiraz continua ancora oggi ad essere ammirata e amata dai visitatori per la bellezza che la contraddistingue , per la fama di essere la città degli artisti, dei poeti, dei grandi mistici, e anche per l’eccellenza della sua Università in cui, alla facoltà di medicina le lezioni si svolgono in inglese.

Visitammo durante la mattina la tomba del poeta Hafez, nato e morto a Shiraz nel 1390, uomo venerato come un santo da tutti gli iraniani, un profeta , al quale tutti si rivolgono, quando si sentono sperduti , cercando consigli nelle pagine del suo Divan, l’opera in versi in lingua pharsi,tradotta in francese dallo studioso italiano Bausani, amata e conosciuta più del Corano: Hafez rappresenta ancora oggi l’alternativa al rigore intollerante con cui i mullah interpretano e applicano il dettato coranico, in nome di un misticismo sereno e universale, consentito ad ogni uomo.
Il nome Hafez significa “ colui che ha imparato”ed è attribuito a chi ha appreso il Corano in ogni sua sfumatura; in virtù di questa approfondita conoscenza, di questa adesione spirituale, Hafez supera l’ossessione dei mullah ,che esigono l’applicazione letterale della legge divina, e parla di un amore di Dio per tutte le creature, un Dio presente dovunque, qui sulla terra, e predica un Islam ispirato dal misticismo sufi, parola che significa puro. Hafez è un rend, figura tipicamente persiana, ossia uno spirito libero, ricercatore devoto della via dell’amore, che fa sopravvivere alle avversità: egli difende i deboli, gli oppressi ai quali rivela che Dio è presente in tutte le cose e in tutte le creature. La predicazione dei sufi è lontana dal puritanesimo ufficialmente osservato,e per questa ragione pesantemente perseguitato dai rappresentanti del potere, rappresenta per gli Iraniani una vera passione: infatti l’anima persiana da più di 1.000 anni è intrisa delle forme della poesia classica, quella dei grandi poeti come Rudaki, Ferdowsi, Khayann, Runi, Sa’di, che fa uso del pharsi, considerato con orgoglio il monumento più bello dell’identità nazionale, sopravvissuto alle invasioni arabe. Furono la cultura persiana e la poesia a salvare dalla sottomissione il popolo che rivendicò la propria indipendenza e identità, continuando a parlare la propria lingua e a coltivare la poesia.
Hafez, da mistico, predicava la dissoluzione dell’ego, il superamento di qualsiasi barriera di lingua, di razza, di religione, in nome della fratellanza universale. La cultura sufi contempla la danza come mezzo per liberare l’anima dalle strettoie di quello che egli definisce il vecchio,noioso tetto del cielo. La parola danza deriva dalle radice dan che in sanscrito significa “comportamento religioso “ e i dervisci sono noti per i loro volteggi, resi ancora più scenografici dalla larghissima gonna che indossano e che dona leggerezza ai loro corpi rotanti al suono melodico e poi sempre più incalzante del tar sorta di mandolino e del ney il flauto.
Il Divan di Hafez riporta alla radice div da cui divino, il cui significato in pharsi ricorda la follia, la condizione della mente quando entra in contatto con il divino, quasi uno stato di estasi profonda raggiunta con il roteare e con la ripetizione di formule sussurrate. Divaneh per esempio significa “follemente innamorato, pazzo, vicino all’ishraq, l’illuminazione”.

Arrivammo dunque al grande parco che ospita la tomba di Hafez, un luogo sacro, che egli stesso aveva predetto che sarebbe diventato il luogo in cui le persone sarebbero giunte un giorno in pellegrinaggio per pregare e per lasciare le loro offerte: e così è stato. Una ininterrotta processione di pellegrini si snodava davanti ai nostri occhi, mentre in silenzio si avviava verso il sepolcro, a rendere omaggio al santo che aveva predicato l’amore universale, la priorità dell’amore su tutto, l’amore, sintesi perfetta di tutti gli elementi spirituali.

“ Amare significa comunicare con l’altro e scoprire il lui una particella di Dio.” scrive Paulo Cohelio in un suo libro e questa frase può sintetizzare il pensiero di Hafez.
Il lungo viale che conduceva al giardino era fiancheggiato dai cipressi; una scalinata di granito rosa conduceva al mausoleo, preceduto da un trionfo di fiori: viole gialle, lillà, bocche di leone rosse, anemoni e naturalmente rose, tante rose di ogni colore. Tutto in quel luogo ricordava il Paradiso, l’aria fresca, lo zampillare dell’acqua, il cinguettio di centinaia di uccellini in gabbie argentate, il profumo dei fiori; in effetti noi ci trovavamo in un vero paradiso persiano, il parideiza, ossia un giardino recintato, inventato proprio a Fars più di 2.000 anni fa, e nei secoli imitato in ogni parte del mondo, come da noi a Tivoli o a Granada all’Alhambra.

In un luogo simile l’anima è invitata a volare e trova pace, serenità, luce.
Passeggiammo molto a lungo ciascuno per suo conto ammirati e contagiati dall’atmosfera del luogo , sostando presso la tomba sormontata da una bella cupola sostenuta da sei colonne e recante un’iscrizione su una delle fiancate” Nessuno sieda sulla mia tomba senza vino e senza musica, affinchè io possa levarmi danzando “ : a chi non vengono in mente i nostri meravigliosi lirici greci?
“ La mia polvere sarà ciò che io sono ”, oppure “ Lasciateci incoronare di rose,permetteteci di bere vino e di infrangere il noioso, vecchio tetto del cielo in nuove forme”.
A m,e venne alla mente la descrizione letta su un libro della festa di Shab e Yalda, ossia la notte del solstizio d’inverno che da secoli gli Iraniani celebravano con un banchetto di mezzanotte mangiando melegrane, bevendo vino e recitando poesie. La poesia cosi ben armonizzata con l’andamento musicale del pharsi e sempre così presente nelle occasioni in cui la bellezza ha il posto d’onore!

Avremmo incontrato poche ore dopo in una antica scuola coranica, la madrasa, un giovane mullah afgano, riparato in Iran per sfuggire alle persecuzioni dei fanatici taliban, gli studenti di Dio:con quanta spiritualità ci avrebbe parlato della sua missione di portare la parola liberatrice a tutti gli uomini, con quanta sincera adesione al dettato coranico spiegava la sua scelta di diventare un divulgatore della dottrina di Allah! Ma con altrettanta sicurezza noi capivamo, tristemente, che tutta la sua sincera devozione, uscito di lì, si sarebbe scontrata e sarebbe stata travolta dalla violenza dell’integralismo più ottuso.

Sentivamo per lui molta pena e confrontavamo la sua situazione con quella predicata dal nostro poeta sufi con gioiosità contagiosa: Dio è in ogni cosa, lo possiamo vedere e conoscere ogni giorno, qui sulla terra, esercitando l’amore!

Fu mentre stavo passeggiando che notai, poco lontano un uomo anziano che stava parlando con una donna, forse una straniera, una turista e ogni tanto le mostrava un libro che aveva in mano e le sorrideva. Dopo poco l’uomo si allontanò dalla signora e venendo verso di me mi salutò alla maniera araba. Aveva un viso severo, un’andatura eretta e da tutta la sua figura si diffondeva un che di misterioso. Almeno quella fu la mia impressione.

Tornati la sera in albergo, lo ritrovai seduto nel giardino, come se mi stesse aspettando, mi venne incontro e mio disse in inglese se accettavo di parlare con lui: era importante.
Mi rivolsi a Sohrab, che nel frattempo era sopraggiunto e gli chiesi come dovevo comportarmi e lui, dopo una certa esitazione mi disse che non conosceva quella persona, ma se volevo incontrarlo lui mi avrebbe accompagnato.

Ci diede appuntamento alle dieci, dopo la cena e ci salutò.

Trovai una scusa con i miei amici per giustificare la mia uscita e andai all’appuntamento.
Quella sera di aprile era calda,illuminata da stelle enormi, il profumo dei fiori era intenso e dava un certo stordimento , il mio cuore batteva forte : ancora una volta gli dei avevano gettato i dadi e stavano per giocare la loro partita senza tenere in alcun conto la mia disponibilità.

Camminavamo ormai da circa un quarto d’ora, lungo i viali alberati del centro, quando giungemmo in vista della splendida struttura della Moschea di Shah Cherag, meglio conosciuta come la Moschea degli specchi, che ospita la tomba del fratello dell’imam Reza, morto nell’835 e venerato da tutti gli sciiti che qui vengono da tutte le regioni dell’Iran .Pur essendo sera tardi, moltissime erano le persone che andavano alla moschea, soprattutto donne.

E’ uno dei monumenti più” abbaglianti” dell’Iran perchè ogni centimetro della sua struttura interna, le pareti,le colonne, i mirab, le volte, è ricoperto con migliaia di tessere di specchio e decine di lampadari accesi, che pendono dai soffitti, ne amplificano l’effetto luminoso, conferendo all’ambiente una magia ineguagliabile: trovarsi al suo interno è come essere al centro di un diamante e questi riflessi degli specchietti creano l’illusione che le pareti siano fatte di luce accecante.

Devo precisare che questa Moschea è inaccessibile per gli stranieri, o comunque per gli “infedeli”, ce lo aveva già anticipato Sohrab durante la visita di Shiraz, rammaricandosi di non poterci mostrare un simile gioiello, ma data la sacralità del luogo, non riteneva opportuno insistere con i guardiani per farci entrare.

Ero quindi molto perplessa su che cosa avrei dovuto aspettarmi, ma ogni dubbio mi fu chiarito subito: l’uomo che ci stava precedendo, si era fermato e aveva pregato Sohrab di dirmi che io sarei entrata nel santuario perchè ero attesa e che da quel momento avrei dovuto proseguire da sola.

Ero confusa e incerta, ma anche eccitata e incuriosita e, come se una forza superiore mi avesse afferrato, entrai .
Fui subito accolta da un gruppo di donne completamente velate di nero, che mi aiutarono ad indossare un chador e un paio di guanti neri, a togliermi le scarpe e ad indossare un paio di calze nere e controllarono bene che i miei capelli biondi non fossero visibili; poi una di loro mi prese per mano e guardandomi con due occhi nerissimi e profondi mi invitò a seguirla. Camminavo lentamente, impedita dal lungo mantello, che dovevo trattenere con una mano dall’interno mentre con l’altra lo tenevo ben chiuso sulla vita. Ero emozionata e sentivo crescere in me la sensazione di essere trascinata verso un mistero grandissimo, di cui non riuscivo a valutare la portata.

Ed ecco che, dopo pochi metri , oltrepassato un pesante tendaggio, entrai nella sala della preghiera, quella delle donne , separata da quella degli uomini da una parete di legno traforato. La prima cosa che mi colpì fu naturalmente la luce, come una sciabolata negli occhi, tanto che per un momento non riuscii a vedere niente; poi le mie orecchie incominciarono a percepire un brusio, come un ronzare di api, prodotto dalle voci delle donne che pregavano sussurrando; la donna, che mi aveva preso per mano, a quel punto mi fece cenno di inginocchiarmi accanto a lei, di piegare la testa verso il pavimento, di dire quello che lei mi suggeriva: furono poche parole sussurrate al mio orecchio, di cui non sapevo il significato, che io ripetei inizialmente con incertezza , poi sempre più velocemente a voce bassa, come le altre donne, e incominciai ad essere trasportata dal suono ripetuto di quelle parole, quasi una nenia. E fu in quel momento che capii che io stavo pregando un dio sconosciuto, in un luogo sconosciuto,tra donne sconosciute, che mi stavano accogliendo tra loro,in un luogo sacro, io straniera, io infedele, io venuta da un mondo lontano e ostile! I miei occhi erano aperti e il bagliore di quel luogo mi faceva perdere peso, mi sentivo lievitare, mi ascoltavo ripetere quelle parole e sentivo una nuova gioia far battere il mio cuore, una pace mai provata, mi sentivo leggera, libera, quella luce era entrata dentro la mia anima.

Fu un momento breve o forse lunghissimo, dopo di che la donna mi riprese la mano e mi fece alzare, poi mi condusse davanti alla tomba del santo dove le donne, intorno alle grate che circondavano il sepolcro, lasciavano dei biglietti con le loro richieste, si appoggiavano con la testa e con le mani, pregavano ancora e poi si allontanavano camminando all’indietro per non volgere le spalle: anche io fui invitata a gesti a chiedere quello che desideravo, a toccare la grata e ad indietreggiare per uscire .E anche io feci la mia richiesta.

Ero stordita, incredula, sopraffatta da una suggestione fortissima, che mi impediva di ragionare; allo stesso tempo però mi rifiutavo di abbandonare quella sensazione di benessere e di pace che avevo provato nella moschea, dove come per miracolo io mi ero sentita, per pochi, ma eterni momenti, una donna musulmana, che pregava il suo Dio.

L’uomo sconosciuto mi aspettava e mi condusse vicino alla grande fontana delle abluzioni in centro al cortile, mi fece sedere sul bordo, poi tirò fuori dalla giacca un libretto e mi disse di prenderlo, di chiudere gli occhi, di liberare la mente da qualunque pensiero, e poi di aprirlo a caso: era il Divan di Hafez!
Così feci e lui, ripreso il libro,mi fece riaprire gli occhi e incominciò a leggere nella sua lingua la pagina da me aperta; poi mi spiegò in inglese:
“ Tu hai aperto il libro alla pagina che parla del Vento del Nord, un vento forte che, quando soffia, spazza via tutte le nebbie, le nuvole, pulisce il cielo. E’ un vento di rinnovamento, che può anche fare male, ma se tu avrai la forza di lasciarlo sfogare, potrai poi guardare con chiarezza nuova intorno e dentro di te.
Dopo avere dato molto di te alla famiglia, agli amici, è giunto per te il momento di ricevere con abbondanza, ma devi saper aspettare, avere ancora pazienza, la voce del cielo si farà sentire e tu la riconoscerai”.
Poi richiuse il libro e mi lasciò, andandosene nella notte.

Andai verso Sohrab che mi stava aspettando e gli chiesi di spiegarmi, di dirmi il perchè di tutto quello che mi era capitato quella sera: lui mi sorrise e mi disse con tutta la dolcezza del mondo:” Mayda tu sei venuta in una terra antica, la terra dei Maghi, delle profezie scritte nelle stelle! sei arrivata qui con un peso sul cuore, ma la tua anima ha parlato per te. Non chiedere spiegazioni che non so darti, accetta il mistero di questa notte persiana e chiudilo nel tuo cuore. Questa è la terra del grande deserto, in cui il vento racconta storie e il cielo le ascolta. Qui noi sappiamo accettare il mistero e credere ancora nelle favole!”

YAZD, LA CITTA’ GIARDINO, LA REGINA DEL DESERTO, IL CENTRO PIU’ ANTICO DEL CULTO DI ZOROASTRO

Finalmente il tramonto! In quella terra antica, il sole, prima di cedere il passo all’oscurità della notte, dona alla terra un vero miracolo di bellezza, accarezzando con gli ultimo raggi già obliqui, ma ancora splendenti, il deserto, le oasi, i villaggi solitari, i rari dromedari, tutte le vestigia che stanno da secoli a testimoniare la potenza dell’uomo, ma anche la sua drammatica contro l’oblio e la morte
A quell’ora, il sole riveste con un veli tessuto d’oro le cupole delle moschee azzurre e lambisce i sottili che svettano come braccia oranti verso il cielo e il vento trasporta il canto del muezzin, che canta le lodi di Dio e dice ancora una volta all’uomo la sua misericordia.

Mentre il nostro pullman stava facendosi largo in mezzo al traffico disordinato e chiassoso della periferia all’ora del ritorno dal lavoro, ecco che grandi viali alberati fiancheggiati da giardini fioriti incominciavano a profilarsi davanti ai nostri occhi, come presentazione di una delle più belle città dell’Iran, chiamata “la regina del deserto” perchè di trova all’esatto centro geografico del Dasht-e Kavir, il deserto di sale, che occupa tutto l’altopiano centrale del Paese.
Al termine del lunghissimo viale,la porta di entrata di Yazd, che ci diede l’impressione di essere stata disegnata su un libro di fiabe : il cielo ormai azzurro cupo con le prime stelle sovrastava la struttura di quella che avrebbe dovuto essere la struttura di un grande bazar coperto, mai realizzato.
Completamente ricoperta di tessere di maiolica blu, turchese e beige, la porta a due archi era illuminata dalle lampade accese sulla piazza antistante, occupata da un ricamo di aiuole fiorite, con fontanelle che zampillavano getti di acqua i cui spruzzi arrivavano fino a noi, come una musica di note liquide, quasi uno scherzo di benvenuto per il nostro arrivo.

Ricordo che ci eravamo fermati ad ammirare quella bella visione e che per la prima volta ci stavamo rendendo conto che il nostro viaggio ci stava meravigliando, svelandoci con i tempi lunghi propri di quei luoghi incanti e realtà che mai ci saremmo immaginati e che nessun servizio televisivo o libro d’arte mai sarebbe riuscito a mostrare.

Ma Yazd era anche la città di Zoroastro e il giorno successivo ci avrebbe mostrato le vestigia sconvolgenti di quel culto, durante la visita alle inquietanti Torri del Silenzio

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Dopo essere stati seduti per tante ore durante il percorso verso Yazd, decidemmo di camminare prima di andare in albergo e fu così che , appena oltrepassata la Porta monumentale e la piazza antistante, passeggiando siamo giunti ad una pasticceria, che poi scoprimmo essere molto rinomata in città, dove, su lunghi banconi di marmo, erano esposti dolci di ogni tipo, dalle caramelle alle gelatine, ai pasticcini di mandorle, miele e pistacchi, disposti su grandi vassoi o già sistemati per la vendita dentro scatole di cartone con il coperchio sollevato.
Lì incontrammo un gruppo di signore che venivano da Shiraz: indossavano spolverini grigi e portavano il fazzoletto sul capo, erano molto curate, lo si notava dai capelli che fuoriuscivano sulla fronte che confermavano la consuetudine al parrucchiere, essendo tinti di un bel colore mogano con striature bionde; le labbra egli occhi erano truccati e ai loro polsi tintinnavano bracciali d’oro.

Era il nostro primo incontro con persone che abitavano in una grande città, perchè eravamo arrivati a Teheran la mattina precedente alle 5 ed eravamo subito ripartiti per Damghan alla volta del deserto. Ci scambiammo occhiate incuriosite e furono loro per prime ad avvicinarsi e a voler sapere chi fossimo, da dove arrivavamo e dove fossimo dirette. Ma a loro premeva soprattutto farci sapere che venivano da Shiraz e che erano in vacanza da sole senza i loro mariti. I loro modo erano gentili e spigliati e la loro allegria evidente. Quando seppero che eravamo italiani non trattennero il loro entusiasmo Nei loro occhi bellissimi non trovai però la dolcezza e insieme la fierezza di quelli delle donne velate che avrei incontrato nei bazar o nelle viuzze dei villaggi più sperduti.

La vista al bazar dell’oro, al mercato delle spezie, ai grandi giardini dell’Università, dove gli studenti passeggiavano con i loro libri aperti in mano, occuparono tutta la mattina, ma la giornata stava per riservarci una stupefacente emozione che nessuno di noi avrebbe immaginato: stavamo per affrontare la visita delle inquietanti Torri del Silenzio, oosia il luogo della sepoltura dei defunti di religione zoroastriana, dopo esserci fermati nel Tempio ancora oggi funzionante con il sacro fuoco perennemente acceso da secoli e il sacerdote guardiano con la veste bianmca e il simbolo dellavita appeso alla cintura.

Si presentarono davanti a noi, subito fuori dalla città, due alte torri di fango e terra di forma troncoconica, alle quali la posizione all’imboccatura di una valle smisurata, conferiva l’aspetto di immoto guardiani di un mondo misterioso e lugubre.
Un caldo vento impetuoso, che pareva quasi un avvertimento a predisporre il nostro animo alla meditazione e al silenzio, al rispetto assoluto di un luogo in cui la vita e la orte da secoli avevano combattuto il loro duello, ci aveva investito con forza eccezionale, rendendo faticosa la nostra salita.
Le due torri erano due cimiteri, una più bassa per gli uomini, l’altra più alta per le donne.
Durante la salita a piedi, spinti dal vento, con gli occhi infastiditi dalla sabbia, avevamo di fronte e tutto intorno uno scenario lunare immenso che, amano amano che salivamo, dilatava i suoi orizzonti, che per secoli avevano fatto da testimoni muti a un rito funebre tra i più macabri.
Poiché infatti la religione zoroastriana considera sacri i tre elementi terra, aria e fuoco, quando una persona moriva, non si poteva infettarli con il suon corpo in decomposizione: di conseguenza non si poteva procedere alla sepoltura che avrebbe violato la sacralità della terra, né alla cremazione per non inquinare il fuoco e l’aria.
Allora i cadaveri venivano trasportati alla sommità delle torri, denudati e sistemati sollevati da terra con puntelli conficcati sotto i piedi e nel collo e lasciati all’aria il tempo breve in cui gli avvoltoi non avessero scarnificato il corpo fino alle ossa, evitandone la putrefazione.
Quando le ossa erano state ripulite,venivano raccolte e seppellite in un in una grande fossa rotonda scavata sul luogo.
Era un funerale che si consumava nella solitudine assoluta lontano dallo sguardo dei vivi, tra il sibilo del vento e le strida degli uccelli.

Questo macabro rituale è stato abbandonato negli anni ’30 del novecento, quando lo Shah Reza ne ordinò l’abolizione nel suo programma di modernizzazione del Paese, facendo costruire un nuovo cimitero con cassoni di piombo, ai piedi delle famigerate torri.

Mentre, arrivati sulla sommità della più alta delle due torri, quella delle donne, che aveva lo scopo di impedire la vista del cadavere nudo a quanti stessero posizionando il cadavere di un uomo in quella più bassa,stavamo ascoltando la spiegazione inimmaginabile di quel rito, si percepiva nettamente il nostro disagio, come se stessimo in qualche modo violando con la nostra presenza la sacralità di quel luogo, in cui l’anima di tante creature umane, con tanto dolore e lontano dallo sguardo dei vivi, aveva conquistato la sua eternità, staccandosi dal corpo in cui aveva vissuto, ridotto a miseri brandelli dal becco aguzzo degli avvoltoi.

Durante la discesa mi fermai più volte a guadarmi intorno: quanta solitudine, quanto spazio e quel vento insistente, aggressivo, quasi volesse mandarci via, che schiaffeggiava il mio viso, gonfiava la mia gonna, facendola poi avvolgere intorno alle mie gambe, tentava di strapparmi il fazzoletto,, costringendomi a tenerlo, stretto con le mani, facendo attenzione a non cadere lungo lo stretto e ripido sentiero. Quel vento voleva forse trascinarmi lassù dentro la torre delle donne! Ebbi paura e, nel tentativo di accelerare il passo, scivolai e per poco non precipitai di sotto.
Sohrab, al nostra guida iraniana, era dietro di me e mi afferrò prontamente per un braccio quello che teneva stretto il foulard.
Fu così che per un attimo la mia testa rimase scoperta e i miei capelli volarono nel vento: ero imbarazzata perchè stavo cadendo, perchè i miei capelli volavano, perchè la mano di qualcuno mi stringeva fortemente il polso impedendomi di cadere , ma dandomi l’impressione che egli volesse trattenermi lì!
Fu questione di pochi attimi di fermo immagine poi tutto si rimise in moto, ma quell’istante appena vissuto mi aveva lasciato dentro una forte suggestione e la sensazione di percepire sempre più fortemente dentro me il richiamo di quella terra!