Premio Montale Fuori di Casa

Daniele Pieroni

Volendo scrivere qualche riflessione sull’opera di Daniele Pieroni – al quale oggi assegnamo il Premio Montale Fuori di Casa per la sezione Poesia e Musica, ho pensato che la cosa migliore per  iniziare fosse guardare i suoi libri. Non ho detto leggerli – questo è superfluo e naturalmente ho  avuto modo di farlo approfonditamente – no, voglio proprio dire guardarli, toccarli, ammirandone l’eleganza e insieme la consistenza. Libri fatti per durare nel tempo, mi pare di capire, curati con amore e sapienza, così come le parole che in quelle pagine sono scritte e che sembrano non avere età così da poter appartenere ad un filosofo stoico o pitagorico, un epicureo dell’antica Grecia. Del resto Pieroni questa sua appartenenza la rivendica chiaramente nel suo ultimo libro “Eis”: “sono figlio della cultura tragica dei Greci, sono cresciuto leggendo Sofocle ed Euripide (i miei eroi erano Antigone ed Oreste), ma ho fatto tesoro della commedia latina di Plauto e Terenzio. Amo Mozart e l’opera che preferisco è il Don Giovanni, mirabile sintesi di commedia e tragedia (infatti è detta Dramma giocoso). Un  segno profondo nella cultura di questo poeta e intellettuale che oggi premiamo lo hanno lasciato però anche i pensatori latini, Seneca e Cicerone, i moralisti del settecento e, fra i poeti, i grandi dell’ottocento Leopardi, Keats, Hölderlin e più tardi Valéry. Quest’ultimo, anzi,  gli ha insegnato (come Pieroni stesso dice) il valore della “precisione”. Tra quelli del Novecento gli sono cari Mario Luzi, Caproni, Pound, Beckett, Celan ,Brodskij  ma anche  Montale. 

(…) È poca cosa la parola,

poca cosa lo spazio in questi crudi

noviluni annebbiati: ciò che manca,

e che ci torce il cuore e qui m’attarda

tra gli alberi, ad attenderti, è un perduto

senso, o il fuoco (…)

Questo è solo uno dei tanti passaggi de “La bufera e altro” che- come Pieroni mi ha confessato- lo  stordiscono, ancora oggi, per la  bellezza ed il nitore della prosodia. Altrettanto forti sono però nella sua poesia i riferimenti alla spiritualità d’Oriente, al Vecchio e Nuovo Testamento.  

Dio mi scampi

dall’arida pianura del mio letto

dove amore non si compie

ed invece è culla di dolore.

Dio mi scampi

da questo incupimento

dall’assenza di tenore

dall’apostrofe, il richiamo,

Dio mi scampi, Dio mi avvampi,

sono miccia ancora da bruciare.  (da “Orazioni”, 2006) 

Riflessioni e poesia senza tempo come dicevo. Inizio dunque toccando e accarezzando il primo, in ordine di tempo, fra i libri che ha scritto, o almeno fra quelli in mio possesso: “Passi esornativi di una palinodia”  finito di stampare nel 1999 dalla Stamperia dell’arancio di Ascoli Piceno. In copertina figura una tempera ,“Segni blu”, di Carla Accardi artista che l’Autore ringrazia in esergo con queste parole: “Grazie Carla, di aver vestito d’azzurro le mie nude pagine. Senza il tuo colore, il mio libro vagherebbe ancora scialbo e negletto”.

Mi piace questo senso dell’amicizia, questo connubio tra mondo dell’arte, della filosofia e della  letteratura che sempre ha caratterizzato l’esistenza di Pieroni e mi commuove la strana casualità per la quale nel 2020, lo stesso anno nel quale abbiamo deciso che nel 2021 lo avremmo premiato, si sia aperta a Milano, al Museo del Novecento, una retrospettiva dedicata a questa pittrice astrattista scomparsa sei anni fa, Carla Accardi. “Contesti” si intitola e che durerà sino al giugno del 2021. 

L’essenziale, ma non certo scarna  biografia di Pieroni ci dice che Pescara è la città che gli ha dato i natali nel 1961 e nella quale è rimasto sino ai dieci anni per poi trasferirsi a Roma. Nella città abruzzese amava tornare per riassaporare la sua personale ‘madeleine’ nella stagione silenziosa quando, finita l’estate,  solo “pochi testimoni sono ammessi sulla striscia di rena bionda”

Quando senza scarpe, e dunque da perfetto orientale, conduco i miei passi su quel sinuoso e morbido percorso, ho l’impressione di accarezzare un velo” (da “Passi esornativi ed una Palinodia”).

Inevitabilmente, come ha avuto modo di scrivere nel 1991, la città negli anni è cambiata rispetto a quella della sua infanzia, non sono sopravvissuti “gli spazi quieti dell’abitare, la comunità dei volti noti, la cosiddetta città-villaggio, e – perdita fra tutte la più dolorosa e inaccettabile – quella della purezza e della luce dell’acqua adriatica”. Ma Pieroni  di ciò non si dispiace troppo  perché sa che il destino delle cose è il mutamento, tutto muta colore nella vita,  tutto trascolora.

Trascolorare: come per l’arco della luce, questo è il verbo distintivo della vita umana. L’anima, supposta in altri tempi e da altre menti migratrice tra le specie, conosce già l’esperienza del distacco, cosa voglia dire entrare in una stanza, spogliarsi d’ogni paramento, per far ingresso in una successiva, dove la disposizione muta e si stempera il legame con le cose.

La morte non spaventa l’anima perché non la disunisce dal lungo respiro del mondo, anzi è ‘cosa bella’ perché concede una visione del sublime che agli occhi non riesce. I patimenti dovuti ai sensi trovano soluzione in una notte oscura che è solo l’andito di un’altra stanza, la porta ancora chiusa d’una dimora più ampia, perché più spoglia e d’un colore più quieto, perché libero da compiti imitativi. E forse, al dunque, è tutto qui: quando si cessa d’imitare, ovvero d’essere qualcuno, quando si è quasi nulla, l’anima varca l’ultima soglia, oltre cui c’è un trionfo che non richiede forme scelte, né si cura dello stile. E’ inofficiabile sacramento della luce che infine onoro tacendo e lasciando questa stanza con un punto.

La luce, il suo trascolorare, che non è per l’anima la fine di tutto il precipitare in una notte oscura ma solo l’entrata in una dimora più ampia , resa sublime da un colore più quieto.”

Resto ammirata di fronte a queste sue meditazioni nelle quali colgo chiari cenni pitagorici: l’anima è immortale, trasmigra e ciò che è stato rinasce, nulla è assolutamente nuovo

E sento anche quanto potente sia sempre stata in Pieroni la visione religiosa della vita, volendo intendere con la parola religio –  alla quale hanno cercato di dare una propria interpretazione filosofi come Cicerone o padri della Cristianità come Lattanzio e Sant’Agostino – null’altro che il rapporto dell’uomo con il divino, e con il  mistero dell’ esistenza .

A bassa voce, sorridendo, ripeto le parole di quest’ultimo, Tolle lege, tolle lege, mentre volgo lo sguardo agli altri libri di Pieroni sparsi sulla mia scrivania. Ne scelgo un secondo altrettanto elegante quanto il primo, recante in copertina ancora un’incisione di Carla Accardi. Il titolo dello smilzo volumetto, “Distici morali” (edizioni il Bulino di Roma) raccoglie alcune  poesie che vanno dal 2003 al 2005.

All’imperativo agostiniano ‘lege’ ne aggiungerei anche un altro: ‘rifletti’. Sì perché le poesie, le prose che Pieroni ha scritto negli ultimi trent’anni della sua vita sono anche spesso meditazioni filosofiche e come tali vanno lette, facendo appello in primis alla ragione anche se  implicano  un continuo dialogo con la propria anima.

Mi colpisce con forza, a questo proposito,  la poesia “Mortale scorta” opera nella quale vedo tornare con forza il tema dell’anima e del suo viaggio “di cui non può a noi darsi cronaca…”

In essa il poeta si interroga sul suo proprio  rapporto con la parola, che ha il potere sacrale di nutrire i cuori, mitigare i rancori, rendere muti i turpi e i maligni, ravvivare i pavidi, gli indifferenti, coloro per cui nessuna cosa resta. Di essa, ne è certo, non ha fatto spreco, l’ha usata per Seminare sapienza/ che è pianta destinata a perdurare.

”Della parola non hai fatto spreco

e questo è il primo sacramento

per te fu insegna e dono

in essa il pieno giuramento

hai compiuto rispettosamente

avverso ad ogni maldicenza

perché venire al mondo è innanzitutto

un buon annunzio, una novella

che nutre i cuori, mitiga i rancori

rende muti i turpi ed i maligni 

ravviva i pavidi, gli indifferenti

coloro per cui nessuna cosa resta 

e invece val la pena esprimere

il proprio attaccamento all’esistenza

purché sia amore e gratitudine

e non possesso e sfruttamento.

Sono veramente distici morali quelli che egli ci offre con l’ammonimento a “salvare la memoria” ma “non morire nel rimpianto”, non “rincorrere le ombre a riposo”, perché “saper scordare fa del bene”. 

La memoria di una vita “non impedisce l’estremo addio/ ma è come se chinasse il capo/ davanti a più alto grado/ di autorevole mistero.

Misero è colui che non consegna

La moneta per Caronte,

che  cerca invece stabilire 

patti di immortalità

Sarà così longevo il suo contratto?

Potrà specchiarsi sempre uguale?

Vile è chi sottrae la vita 

All’orizzonte della fine

Che getta acqua sul fuoco

Che sputa sulle ceneri.

Scendere nel buio degli inferi 

In mistico dignitoso silenzio

È dazio a cui nessuno è scevro

E non c’è uomo che possa rimanere.

All’anima è concesso un altro viaggio 

Di cui non può fra noi darsi cronaca.

Prima di prendere commiato da questo secondo volume desidero soffermarmi sulla poesia Per piacere che alla maniera di Epicuro ci invita a  cercare nella vita “la delizia tra le tante croci”, quel 

movimento calmo, come d’armonia, che prevale sulle asprezze del dolore, quel piacere  insomma che il filosofo greco  intendeva come equilibrio interiore

Per piacere 

Sia fatto chiaro sul principio che sottende

da sempre, indiscutibilmente, a nostra vita.

Un movimento calmo, come d’armonia,

che prevale sulle asprezze del dolore

concedendo libertà senziente e buonumore

non poca cosa all’esistenza giusta

che trascende norme, lacci e detrazioni

le questioni gravi sul comportamento

e va dritto senza pesi ed altri dazi

a pescare la delizia fra le tante croci

perché ci sono, nessuno vuol negarlo

ma per piacere, in piena cortesia

cogliamo l’onda che sorride al mare mosso

il raggio che sorprende il buio fondo

e facciamo al piacere buona morale

foraggio ed olio al nostro andare

Un invito a saper cogliere quello che la natura ci offre di bello e di rasserenante lo trovo anche nella bella poesia Autunno o dell’oblio del 2003, pubblicata nel volume “Lingua e batticuore” da Tracce Editore in collaborazione con la Provincia di Pescara. 

L’anno si curva e il verde ingiallisce 

Non s’abbia tremore del primo grigiore

non desti allarme l’improvviso pallore

L’estate era febbre convulsa

l’autunno è quieto convalescente

e la terra pare dimenticare

l’assalto estenuante del sole.

E’ la stagione del vino

e questo rallegra gli umani

che fanno giostra e corolla  

prima di accordare all’oblio

pieno possesso delle loro radici.

Niente fino in fondo perisce .

Mi  vengono in mente i versi di Alceo per il quale il vino era “oblio degli affanni”, un prodigio, un dono che la natura offriva agli uomini:

non devi ai mali concedere l’anima

a nulla  giova soffrire e piangere,

o Bucchi: far portare il vino

ed inebriarsi  è il solo rimedio”.

“Un antico pagano schiavo d’euristica”, così si definisce Pieroni nell’ultima poesia della raccolta “Orazioni” iniziata  a Montréal con la poesia Ave Maria (ispirata  da Liszt) nel marzo del 98 e terminata nel 2003; questa ed altre due tradotte  in francese da Pierre Ouellet . 

C’est son nom que tu bénis

ou son harmonie sacrée

ce qui illumine les ciel gris

sa brève et soufflante litanie

salve regina  maintenant déposée

non loin jamais de ta mélodie

fais nous voir l’annonciation

de cette prime ou bien ultime conception.

Un libro sapiente, “Orazioni”, che ricco di rimandi colti e raffinati tra i quali l’autore si muove con leggerezza quasi a sfidare il lettore a coglierli. Trovo particolarmente interessante la poesia In nomine Patris che pare uscita  dal Vecchio Testamento ma finisce poi con due ironici versi.  

Sollevami dal vuoto mio Signore

Sono linea del tuo gran disegno

Pesami per la durata delle ore

Sono briciola dispersa nel tuo regno

Scartami se ho mancato nell’onore

Sono scheggia di un non mondato legno

Ma concedimi la tua patronimia

Non vorrei che mi volasse via.

E come  dimenticare la perfezioni, la bellezza di questo Salmo delle acque rivolto non a Dio ma alla Natura, sua ipostasi, che avvince sempre di più ad ogni nuova rilettura?

Oh alga bruna tu fedele all’arenile

Dimmi quale mare e quali onde

Io consacro in queste mie preghiere

E perché fatico a far parte del creato

Se non quando mi comunico nell’acqua

Anima dagli occhi verdi, giovanile

Come posso la corrente non vedere

E da qualcosa io sentirmi separato? 

Insegnami a sondare le distanze più profonde 

Che da niente possa dirmi non toccato.

Nella vita di Pieroni pochi anni dopo la pubblicazione di questi primi libri si sono evidenziati i  sintomi del Parkinson che nel 2008 si manifesteranno in tutta la loro gravità, ma che non gli toglieranno però il desiderio di continuare a scrivere. Dal 2007 al 2009 comporrà infatti le poesie che nel 2012 saranno poi pubblicate  nel  volume “Florario”  (La nube di Oort edizioni) “un bouquet aspro e benigno, come si addice alla sua Musa” dal quale estrapolo  la poesia  Calla per evidenziare  il “puntiglio e la dedizione” con la quale il Poeta continui a  porsi  di fronte alla poesia, pur nei mesi difficili che hanno coinciso con la nascita di quest’opera, “giornalmente,  diligentemente”, dando valore a quella “precisione” che aveva appreso leggendo e studiando Valéry.

La mia poesia somiglia ad una calla 

è una piccola dimora che governo

con puntiglio e dedizione

è una stanza da arieggiare

una scuola che amo frequentare 

giornalmente, diligentemente.

La mia poesia è sempre di vedetta

è il silenzio dopo la baruffa

l’acqua rara nel deserto

va curata come una paziente

la mia poesia non si lamenta

fiorisce quando può

e fa la vita un po’ più bella.

Qualche anno di silenzio separa questa raccolta  dalla più recente  “Monrepos” del 2014 (Lieto Colle Edizioni) l’unico fra i  libri di Pieroni ad avvalersi di una prefazione critica. A scriverla è il poeta e critico Maurizio Cucchi, il quale mette in risalto “la sobria ed energica densità della parola, la solida compiutezza della forma, ma anche il vivo senso di dolore e di impotenza di queste nuove poesie che convivono però sempre con un’adesione generosa alla vita”. 

E continua, “l’autore compie una meditazione lirica che potremmo definire sospesa tra un vivo senso di dolore e impotenza e un’adesione, generosa sempre attiva, alla luce intermittente, eppure irresistibile dell’esserci, dell’esistere”. 

E’ sufficiente leggere una di queste poesie, infatti, per comprendere come non prevalgono mai (come giustamente osserva Cucchi) toni gravi e impostati neppure laddove il riferimento alla sua malattia appare chiaro. Prevale su tutto una grande forza d’animo e una propensione per la vita quando è vissuta in nome dell’amore. Ciò che conta, ci dice il Poeta, non è vivere tanto o poco, ma come quel tempo è stato speso: “conta solo far del bene, amare, regalarsi ai giovani, alla gente…” 

Il mio insegnamento

Vedo i miei neuroni diminuire giornalmente

stento a mantenermi dritto nel cammino

tanto che qualcuno si burlò di me

fotografandomi a Barcellona

Nondimeno la mia testa è sana

non smette di proporsi pensamenti

di avocare a sé ragione e sentimento 

concordando giuste e necessarie cause.

Non so per quanto ancora durerà

l’estesa pianura della cognizione

le salite impervie dell’intendere

e volere- ogni anno è un dono!

Stai certo che pur degenerando

non mi farò trovare affranto

poco o tanto, non importa

conta solo far del bene

amare, regalar tempo

ai giovani, alla gente

perché la parte mia migliore

l’ho data da docente. 

La perdita della simmetria

Arriva un giorno in cui
così, senza preavviso
qualcosa viene meno
alla tua costituzione
un arto va per conto suo
e l’altro non gli corrisponde
Ti è ignoto subito il perché
non siamo sempre perspicaci
e poi siamo troppo abituati
a poter fare quasi tutto
ma questa imperfezione
che giunge come visita inattesa
scompone la nostra tacita armonia
la simmetria meravigliosa
dell’umana anatomia
e quando poi capisci la ragione
è meglio darti pace
non c’è una regola
al nostro deperire
e la disparità diviene
la nuova età dei nostri gesti.        

Il volume “Solitude” (Di Paolo edizioni 2018 in collaborazione con la Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti e l’associazione Zerynthia per l’arte contemporanea) – si legge nella prima di copertina – “rappresenta il contraltare a Monrepos, il precedente libro di poesia dell’autore. Anche qui emblema e luogo di affezione è un castello, il Solitude Schloss che domina dall’alto la città di Stoccarda, dove Pieroni ha vissuto periodi salienti della sua esistenza recente. Ma la trama di queste liriche si estende oltre il topos germanico e, dopo aver composto un sofferto diario del disamore, si apre ad un’ultima possibile stagione sentimentale in cui solitaria rimanga giusto l’esperienza letteraria”. 

Direi, con parole più semplici che è questo – a mio parere –  il primo dei libri di Pieroni nel quale la nota del dolore, del disamore, del disinganno, del “perdimento” si fa sentire veramente con maggior forza rispetto ai libri precedenti. Il ricordo al Leopardi del ciclo di Aspasia di “A se stesso” sorge spontaneamente.

Or poserai per sempre,                    1
Stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
Ch’eterno io mi credei.

Eppure anche in questo libro è l’amore – o meglio la mancanza d’amore – il protagonista 

Solo amando

Solo amando possiamo imparare 

la mente accresce il suo orizzonte

i sensi vanno incontro all’intelletto

E viceversa tutto si disperde

se funesto il disamore avanza

e sì, disimpariamo le parole nuove

che con passione assimilammo.

Ci resta un dizionario un po’ sgualcito

e una domanda che mai avrà risposta

sulla cagione di un tale perdimento 

Emotivamente coinvolgente è anche la poesia Eugenhaus, la cui lettura lascia nell’animo un senso di gelo, di abbandono, uno “strappo” irreparabile. 

Ricordi l’ultimo commiato?

Ho messo il violoncello sulle spalle

Ed ho lasciato la tua casa in Eugenstrasse

Non so se mi hai guardato andar via

e tanto io non ho girato il capo

come d’abitudine facevo le altre volte

per lanciare  un sorriso di arrivederci .

Quei pochi passi fino alla stazione

E poi il treno che portava all’aeroporto

Avevano tutto un  sapore differente

Cadeva già la prima neve

Ed era solo il mese di novembre

Sentivo i piedi freddi dell’Inverno

E lo strappo irreparabile da te

Che fosti la mia Estate troppo breve.

Mai girarsi, è vero, niente torna

O si riaccende quando gela ormai

E tu non puoi più nulla sul viavai.

Non posso concludere questa mia breve riflessione sull’opera di Daniele Pieroni senza citare la passione e la profonda conoscenza della musica che lo contraddistinguono, come ben si comprende anche da quest’ultima poesia. Violoncellista e pianista amatoriale, ma anche librettista d’opera, attività che ama molto ricordare. Le sue collaborazioni con compositori e coreografi, fra i quali Silvio Palmieri, Costantino M. Albini e Jean-Marie Morel, hanno dato vita a rappresentazioni a Montréal, Parigi, Lisbona e nella Tuscia.  Questo  dunque è l’uomo al quale oggi assegniamo il Premio Montale Fuori di Casa per la poesia e la musica.

 

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